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Domenico Zampieri, detto il Domenichino, è stato un pittore italiano del Seicento. Appartenente al periodo del Classicismo, nei suoi dipinti si può notare l’influenza della pittura e dei disegni del maestro Ludovico Carracci, da cui imparò ben presto a realizzare composizioni semplici e chiare, trasfigurate in un ideale di bellezza classica.

Il suo soprannome Domenichino, si pensa gli fosse stato dato per via della sua piccola statura, ma è più probabile che il nomignolo si riferisse al suo carattere ingenuo e timido. Scopriamo insieme quali sono le sue principali opere.

Biografia

Figlio di un calzolaio, il Domenichino nacque a Bologna nel 1591 e dopo avere seguito gli studi umanistici di grammatica e retorica venne ammesso alla bottega di un pittore belga della corrente tardo-manieristica, chiamato Dionisio Fiammingo. 

Scoperto mentre copiava alcune stampa di Carracci, il Domenichino venne cacciato via dalla bottega e accolto presso l’Accademia degli Incamminati gestita da Agostino e Ludovico Carracci. Fu proprio in collaborazione con Ludovico, Guido Reni e Francesco Albani, che lavorò alle decorazioni dell’oratorio di San Colombano, a Bologna, realizzando la “Deposizione nel sepolcro”.

Opere del Domenichino

Il Domenichino è considerato ad oggi, nel mondo dell’arte uno dei massimi rappresentanti del classicismo del ‘600. Il pittore durante la sua vita, si dedicò allo studio delle opere di Raffaello ma anche alle novità di Annibale Carracci. Le prime committenze romane lo videro lavorare nella chiesa di Sant’Onofrio e nella Galleria di Palazzo Farnese, dove realizzò la “Fanciulla con l’unicorno” sopra la porta d’ingresso.

Seguirono la “Flagellazione di sant’Andrea” realizzata per l’oratorio di San Gregorio al Celio, dedicato al santo e gli affreschi per Palazzo Mattei e per l’Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata. I suoi più grandi capolavori risalgono al secondo decennio del secolo con le “Storie di Santa Cecilia” realizzate per la cappella Polet in San Luigi dei Francesi, “la Sibilla” ai Musei Capitolini e la splendida “Caccia di Diana” presso la Galleria Borghese.

Dei dipinti romani resta un “Ritratto di giovane”, del 1603, oggi conservato al museo di Darmstadt, il “Cristo alla colonna” e una “Pietà”. Mentre dipinge per il cardinale Agucchi, la “Liberazione di san Pietro”, divenne amico del cardinale, con il quale formulò le teorie del nuovo movimento classicista.

Nonostante la sua ampia produzione, il Domenichino possedeva uno stile di pittura lento e faticoso che portò i suoi collaboratori e avversari a soprannominarlo il “Bue”. Della sua produzione possiamo ricordare i ritratti ai nobili romani, gli affreschi a chiese, cappelle e oratori, a Roma, nel viterbese, a Palermo, a Frascati, a Fano, a Napoli. 

La “Comunione di S. Girolamo” è considerata la maggiore opera del Domenichino, nella quale rappresentò una scena drammatica e allo stesso tempo commovente della vita del santo, producendo effetti talmente patetici da sembrare quasi reali.

Durante un lavoro a Napoli, fu incolpato di accuse di plagio da parte della “cabala di Napoli” composta dai pittori Corenzio, Ribera e Caracciolo, uniti per escludere dal loro ambiente il Domenichino. Non si sa se per paura o altre ragioni, il 3 aprile del 146 il pittore scrisse il suo testamento e morì tre giorni dopo forse avvelenato.