Tutti pazzi per Velvet

E’ iniziata da qualche settimana, su Rai 1, la nuova serie della fiction spagnola Velvet. Il successo di ascolti registrato lo scorso anno sembra ormai destinato a ripetersi. La storia tra la sarta Anna e il titolare dell’atelier Alberto, sembra davvero appassionare grandi e piccini. La serie tv spagnola è ambientata in un atelier di Madrid collocato temporalmente negli anni 50: lo stile spagnolo e l’atmosfera romantica di quegli anni sono presenti con un’evidenza discreta che regala alle scene un tocco magico e davvero piacevole da seguire, puntata dopo puntata.

Velvet: l’amore senza fine tra Anna e Alberto

I protagonisti della serie tv sono Anna e Alberto. Anna è una sarta di origini modeste che lavora presso la galleria Velvet di cui Alberto, il secondo protagonista, è proprietario ed erede. Le vicende economiche della galleria, tuttavia, non sono sono felici. Nonostante si tratti di un grande magazzino di lusso, infatti, la galleria non vive momenti di enorme fortuna economica e i debiti tendono ad aumentare mese dopo mese. Alberto e i suoi fratelli sono in difficoltà e rischiano, per un momento, di dover chiudere la galleria. L’amore tra Anna e Alberto, quindi, sfocia in un contesto difficile, in cui alla gioia per un sentimento profondo ed enorme si accompagna la preoccupazione per la chiusura dell’attività. Anna ama profondamente Alberto e il suo lavoro e sogna, un giorno, di poter diventare una delle stiliste della galleria. La famiglia di Alberto, tuttavia, spinge il figlio tra le braccia di una donna ricca e affascinate, Cristina, che potrebbe risollevare il destino dell’azienda familiare. Alberto non ama Cristina ma ne subisce il fascino ed è consapevole che la sua presenza potrebbe rendere più forti le basi economiche della sua azienda. La frequentazione tra i due nasce per interesse, ma con il tempo Alberto sembra realmente attratto da Cristina e alla fine i due – spinti dalle pressioni delle rispettive famiglie – si sposano. Anna tenta in tutti i modi di recuperare il suo rapporto con Alberto ma comprende l’importanza dell’azienda e per la felicità dell’uomo che ama è anche disposta a sacrificarsi. L’amore, tuttavia, non conosce confini razionali e tra Anna e Alberto – nonostante il matrimonio – sembra proprio che l’amore non sia ancora finito. Le vicende sentimentali dei due protagonisti – ovviamente intrecciate a quelle degli altri personaggi, compresa la bella Cristina, saranno al centro delle 13 puntate che andranno in onda su Rai 1 per la seconda serie TV.

La passione c’è, la bellezza anche e i telespettatori sembrano davvero apprezzare. Buona visione!

Contributi PMI per aprire una frutteria

Nel resto d’Europa, attività imprenditoriali come le frutterie sono diffuse già da diversi anni. Recentemente, tuttavia, anche l’Italia ha visto un incremento delle frutterei, soprattutto per merito dei consumatori finali sempre più interessati a consumare cibi sani e di buona qualità.

Un frutteria per insegnare a mangiare sano

Nell’epoca in cui i dati sull’obesità sono allarmanti e sempre più persone soffrono di patologie cardiovascolari a causa della cattiva alimentazione, una buona educazione sui regimi alimentari sani e corretti sembra essere doverosa ed indispensabile, specie per i bambini. Per questo motivo, i negozi che vendono prodotti biologici a km 0 ma anche tutti i negozi che vendono generi alimentari sani e senza conservanti, stanno riscoprendo un rinnovato successo perché sono sempre più privilegiati da una quantità impressionante di consumatori finali.

In questo senso, aprire una frutteria oggi potrebbe rivelarsi un ottimo investimento, sia che si scelga di aprirne una come ditta individuale che in franchising.

Come aprire una frutteria

Il primo elemento da valutare quando si sceglie di aprire una frutterai, riguarda sicuramente il posto in cui si sceglie il locale commerciale. E’ importante scegliere un quartiere popoloso o comunque una zona molto trafficata: sarebbe l’ideale aprire una frutterai in prossimità di scuole, palestre, ma anche uffici o associazioni ricreative. Nella scelta, è importante valutare anche la disponibilità di parcheggio: le persone sono spesso di fretta e si dedicano a queste compere molto rapidamente – magari ritornando da lavoro – e tendono a privilegiare le attività commerciali che offrono un parcheggio sicuro e rapido, che non comporti ulteriori stress. In generale, le località di villeggiatura sono le più adatte a questo genere di attività insieme alle zone destinate ai parchi giochi dei bambini. I principali clienti di una frutteria, in effetti saranno proprio donne e mamme che desiderano abituare i propri figli ad un regime alimentare corretto.

Investimento iniziale e contributi PMI per avviare l’attività

In genere, per aprire una frutteria non è indispensabile possedere un locale grande: 30 metri quadrati, infatti, sono più che sufficienti per riempire il negozio con tutto quello che serve. La cosa importante, è il servizio che deve essere rapido e quindi può richiedere il lavoro di due persone, anziché una. In ogni caso, si tratta di un’attività dove non si lavora sempre molto, ma in base agli orari di punta che saranno quelli in cui si concentrerà la maggior parte della clientela.

L’investimento necessario per avviare una frutteria potrebbe essere di circa 20.000 euro. Nonostante si tratti di un’attività di piccole dimensioni, infatti, i prodotti da acquistare per avviare l’attività non sono pochi: servono i banchi frigorifero, i banconi tradizionali, le mensole e gli scaffali per i prodotti secchi. Inoltre, è necessario acquistare i prodotti da rivendere e in questo caso non bisogna badare a spese dal momento che il successo di quest’attività dipende esclusivamente dalla qualità dei prodotti in vendita. Se non si dispone del budget necessario per avviare l’impresa, è sempre possibile usufruire dei tanti finanziamenti all’imprenditoria giovanile disponibili grazie ai fondi regionali o europei. In genere, il 50% dei fondi sono a fondo perduto e il restante 50% si può restituire a tassi molto agevolati. Insomma mettersi in proprio quasi conviene!

Cialde compatibili Lavazza: consigli per un buon caffè

Intervista ad Enrico Maltoni

Enrico Mattoni, collezionista e restauratore di macchine da caffè espresso, possiede oltre cento modelli, raccolti in vent’anni, trovati in luoghi vicini e lontani, probabili e impensabili. Tutte funzionanti, le macchine da bar erogano caffè e ci accompagnano nella storia; le luccicanti signore in abito d’acciaio devono al collezionista l’essere siate salvate dall’usura del tempo.

Con Enrico girano il mondo, rappresentanti del caffè all’italiana; la mostra itinerante Espresso made in Italy 1901-2009, fino ad ora ha toccato, in quaranta tappe, quattro continenti. L’esposizione è ricca di modelli ormai introvabili, la cui vista fa gioire l’app ssaionato: Vittoria Arduino 1905, San Marco 1920 e 1955, Gaggia 1948, Pavoni 1956 e Faema 1961 sono alcuni dei pezzi più interessanti della collezione. La curiosità spinge a incontrare Enrico Mattoni, a indagare sulle origini della sua passione: tutti possono capirne il fondamento.

La prima domanda riguarda lo spunto, il perché della collezione, Enrico mi racconta la prima volta. «Ho visto per la prima volta una macchina per caffè espresso “storica” ad Arezzo, ero in visita al mercatino d’antiquariato più antico d’Italia. M’innamorai a prima vista e acquistai la capostipite della mia collezione pur non conoscendone il funzionamento, la storia. All’epoca il mio interesse era rivolto esclusivamente al design, più tardi scoprii che si trattava di una Faema, modello Marte a due gruppi. Giunto a casa, cominciando a restaurarla con l’aiuto di Vittorio, un tecnico in pensione mio concittadino, mi trovai immerso in un mondo per me completamente nuovo, assolutamente da esplorare.

È stato un percorso difficile, soprattutto all’inizio. Nessuno conosceva i nomi dei modelli, sembrava quasi che il loro passato, la loro storia, fossero stati dimenticati. Non riuscivo a rintracciare alcuna pubblicazione in merito, così mi sono dedicato alla ricerca. Mi sono appassionato sempre più, ho cercato notizie e documenti sulle origini della macchina per caffè espresso made in Italy, inventata alla fine dell’Ottocento.»
Trovare i pezzi storici della collezione, Victoria Arduino, La Cimbali, Gaggia e altri, rari e costosi, è stata una vera caccia al tesoro in ogni angolo della penisola e non solo. Enrico racconta di aver visitato tutti i mercatini d’antiquariato nel nostro paese, in Eu-ropa e persino oltre oceano. Aggiunge: «Devo essere evasivo, un vero collezionista non può svelare i segreti sottesi alla ricerca dei propri tesori. Si tratta di venti anni di meticolosa e appassionata ricerca».
L’interesse per la collezione Mattoni è sempre maggiore. L’insieme di oltre cento pezzi, accuratamente selezionati, si sposta per il mondo grazie al progetto della mostra itinerante che Enrico ha realizzato con l’intento di diffondere la cultura del caffè espresso italiano. Dal 2000 a oggi Maltoni è stato in 10 paesi esteri, e in Italia ha realizzato 40 mostre ospitate da musei, grandi alberghi e fiere del settore enogastronomico. Nel 2001 ha inaugurato il primo sito web al mondo dedicato alla materia. Nello stesso anno del progetto della mostra itinerante, promossa con l’appoggio del Ministero degli Esteri, ha trovato il sostegno di un’importante azienda italiana di caffè. Ascolto con interesse Enrico che racconta di tenere laboratori tesi a fare conoscere l’evoluzione delle macchine, il loro progresso non solo dal punto di vista estetico e di design ma anche riguardo le caratteristiche che il caffè di volta in volta assume, secondo la meccanica della macchina utilizzata per la preparazione.

Nell’arco di questi cento anni sono mutati in modo sostanziale il colore, l’aroma, il gusto. Oggi le macchinette da caffè non funzionano solo con i chicchi o grani, ma anche co cialde e capsule e quelle di ultimissima generazione funzionano con cialde e capsule compatibili sia Lavazza che Nespresso (per info su questi prodotti consultate negozi come www.mycialda.com, o altri produttori(. «La mia passione si è trasformata nel mio lavoro. Oggi mi occupo del restauro e della vendita dei modelli doppi della mia collezione, e gestisco un archivio storico che si compone di oltre 5000 immagini. L’impegno è sempre torte; ogni giorno ci sono macchine, documenti e libri, dispersi in ogni parte del mondo, che vorrei acquistare. Quotidianamente condivido la mia passione, il mio lavoro con altri collezionisti con i quali talvolta scambio macchine espresso.

Molte volte accade che collezionisti interessati mi chiedano di vendere alcuni pezzi, ma anche nei momenti difficili, nonostante la tentazione ci sia stata, ho sempre tenuto duro». La collezione ha avuto riconoscimenti importanti: «Di grande soddisfazione è stato, per me, vincere il prestigioso premio SCAE, Eccellenza del Caffè 2006 per la categoria The Young Entrepreneur Award tenutosi il 20 maggio 2006 a Berna, in Svizzera, in occasione della manifestazione SCAE World of Coffee. Unico italiano in gara, ho vinto l’Award del caffè sbaragliando gli altri dieci candidati provenienti da tutto il mondo». La prestigiosa associazione mira a dare it giusto riconoscimento ai successi, manifestando particolare apprezzamento per coloro che hanno il coraggio, la fantasia o quel tanto di speciale che li mette in condizione di primeggiare nella ricerca dell’eccellenza del caffè e di fare la differenza nella comunità mondiale del settore, a prescindere dal ruolo da loro svolto o dal luogo in cui operano. Chi si occupa con tanta passione di macchine a pressione, non può prescindere dal conoscere il caffè.

Enrico Maltoni di caffè è appassionato e ha partecipato a gare internazionali, alla finale italiana di cup tasting, competizione tra assaggiatori, e fatto prove di assaggio alla cieca. «Devo ammettere che il caffè mi ha completamente stregato: ora lo tosto, per uso personale, così posso degustare lutti i caffè del mondo». Mi resta l’ultima curiosità, chiedo a quest’uomo, giovane e determinato, di descrivere la passione che innegabilmente lo lega alla sua collezione: «L’amore per la mia collezione è cresciuto a piccoli passi; costanti, inesorabili. Siamo cinque collezionisti al mondo, tutti molto amici e in stretto collegamento: quasi ogni giorno ci sentiamo, talvolta anche solo per uno scambio di opinioni o per condividere l’entusiasmo per una nuova acquisizione».

Sembra proprio che il successo televisivo di Carlo Conti non conosca limiti. Dopo lo share da capogiro  registrato con il Festival di Sanremo 2015 (vinto dal trio Il Volo con la Canzone ‘Grande amore’), il celebre conduttore Rai torna a far parlare di sé, questa volta a proposito della trasmissione che ha consacrato il suo successo sul piccolo schermo eleggendolo a presentatore del momento. Il suo ‘Tale e quale show’, in effetti, non conosce crisi e piace davvero a tutti, grandi e piccini.

I protagonisti dello show sono uomini e donne legati al mondo dello spettacolo: attori, ballerini, presentatori e anche cantanti che si cimentano nell’imitazione di cantanti famosi. Il successo della trasmissione, tuttavia, più che all’imitazione canora in sé stessa, si deve all’imitazione fisica e in qualche modo psicologica che i protagonisti sono tenuti a portare sul palco. Da qui, infatti, è nato il vero e proprio show nonché il successo della trasmissione. Protagonisti, i volti più o meno noti del mondo dello spettacolo che settimana dopo settimana si cimentano in imitazioni spesso molto complesse di cantanti sia italiani che internazionali. Indimenticabile a questo proposito l’imitazione di Gabriele Cirilli del tormentone Gangnam Stile di Psy. Un successo imprevedibile e meritatissimo che non solo a giovato alla trasmissione capitanata da Conti ma anche allo stesso Cirilli, fino allo scorso anno conosciuto solo da una piccola nicchia di appassionati. Cirilli con il suo Gangnam Style ha conquistato letteralmente il pubblico di Rai 1, con la sua simpatia, ironia, freschezza e con un’imitazione da 30 e lode. Cirilli con la sua giacca verde e gli occhiali scuri in perfetto stile Psy è stato protagonista di una delle imitazioni meglio riuscite degli ultimi anni di televisione. Merito dei truccatori e dei preparatori che lavorano dietro le quinte, ma merito soprattutto di un artista che non vedeva l’ora di emergere come si deve. Cirilli, infatti, non ha conquistato solo il pubblico televisivo ma ha saputo accogliere consensi anche sul web: youtube e twitter, in particolare, sono pieni di video e messaggini dedicati alla sua imitazione più celebre e alle altre che pure lo hanno reso protagonista della trasmissione. A discapito di chi pensa siano ormai al tramonto alcuni formati televisivi, il Tale e quale show così come il Festival di Sanremo dello stesso Conti rappresentano la giusta risposta a chi mostra scetticismo verso la tv commerciale e chi, forse con troppa facilità, la mette al bando in nome delle reti private. Fare una televisione che piace è ancora possibile; per ottenere il successo, come in tutti i settori, occorre avere coraggio, investire, e saper cambiare. E Carlo Conti con le sue trasmissioni ne è la testimonianza più vera. Bravo Carlo!

Tale e quale Show: un successo imita l’altro

Divertimenti a Londra

 

Uno degli aspetti più eccitanti, ma anche frustranti di Londra è che ci sono così tanti eventi teatrali, musicali, cinematografici e di altro genere che è impossibile vedere tutto ciò che si vorrebbe. Per chi abita nelle stanze Londra in zona 1 o 2 ogni giorno della settimana ci sarà letteralmente l’imbarazzo della scelta tra gli eventi in città. La scelta è davvero ampia anche per quanto riguarda l’opera, la musica sacra, il jazz, gli eventi sportivi e i musical. Per non parlare dei lavori teatrali che spesso sono il maggiore richiamo per i visitatori. E’ impossibile elencare qui tutte le sedi di spettacoli ed eventi di Londra, ma ecco alcuni consigli e informazioni essenziali per trovare quello che fa al caso vostro.

Dove trovare informazioni sugli spettacoli di Londra

Pubblicato ogni martedì, Time Out offre un panorama completo sugli spettacoli in corso a Londra. Le recensioni, spesso caustiche, non devono essere prese troppo sul serio. Il London Evening Standard, pubblicato dal lunedì al venerdì è l’unico giornale serale londinese e pubblica recensioni aggiornate e numerose liste di eventi. Il sabato The guardian pubblica un esaustivo allegato gratuito dedicato agli spettacoli.

Cinema a Londra

I cinema a Londra non sono allo stesso livello di quelli presenti in altre città europee, per esempio a Parigi. Detto questo, c’è una buona offerta di cinema hollywoodiano indipendente ed europeo, oltre ai classici.

Club a Londra

Londra ha la vita notturna più dinamica e varia al mondo. Le serate più vivaci sono quelle durante la settimana, non nei weekend. molti locali aprono una sola sera a settimana e hanno norme precise per l’abbigliamento. Per orientarvi, consultate Time Out. Per iniziare, potete provare Bar Rumba, Fabric, Egg e Ministry of Sound.

Musica a Londra

Si dice che a Londra ogni settimana ci siano un migliaio di concerti. La capitale è sede di quattro orchestre di prim’ordine, di molti ensemble più piccoli e di innumerevoli sale. Tra le principali: Barbican Centre, Royal Albert Hall, Royal Festival Hall, Queen Elisabeth Hall e Purcell Room.

Festival a Londra

Tra i maggiori figurano: l’Hampton Courte Palace Festival, il City of London Festival, l’Henry Wood Promenade Concerts, lo Spitafields Festival e l’Almeida Festival. Tra i festival dedicati al jazz, l’Ealing Jazz Festival, il più grande d’Europa e il London Jazz Festival.

Jazz a Londra

Il miglior Jazz in città si trova da Bull’s Heas, un bel pub sul lungo fiume accogliente e iper tematico. Altri locali in cui è possibile ascoltare Jazz dal vivo sono il Jazz Cafè e il Pizza Express Jazz Club, amatissimo dai giovani. Infine, pizze di qualità e ottimo jazz mainstream si possono mangiare e ascoltare al Ronnie Scott’s, gestito da jazzisti per amanti del jazz.

Ristoranti con musica e balli

Infine, a Londra ci sono ristoranti esclusivi in cui è possibile anche ballare: tra i più noti il Savoy’s River Room e il Salsa! dove dal lunedì al venerdì si esibiscono sempre cantanti lirici in erba.

La comunicazione non verbale

Gli esperti lo dicono: il 70% della nostra comunicazione è interamente non verbale. Comunichiamo, cioè, a un livello molto profondo con degli atteggiamenti e delle pose che spesso sfuggono al nostro controllo e perciò sono molto più autentiche. Dopotutto è semplice ricordare come quando non vogliamo essere disturbati, ce ne stiamo in disparte a capo chino, evitando di incrociare lo sguardo. E’ un linguaggio del corpo di chiusura che fa a meno delle parole, ma è molto eloquente. La leggenda narra che lord Byron, il celebre poeta romantico inglese, una vera e propria star della sua epoca, fosse talmente a conoscenza di questi sottili meccanismi, dal destare l’attenzione delle donne semplicemente assumendo una “posa” ben studiata.

Secondo una studiosa americana la posa che assumiamo con il linguaggio del corpo identifica ciò che gli altri pensano di noi. Questa teoria è veramente rivoluzionaria perché dice che assumiamo delle pose e comunichiamo col corpo, in conseguenza dell’idea che riteniamo possano avere gli altri di noi. Se ci sentiamo poco attraenti, per strada, assumiamo un linguaggio del corpo difensivo, di chiusura, per non farci notare. Quindi non è che siamo veramente poco attraenti, ma ci sentiamo tali e proiettiamo la nostra presunta reputazione verso gli altri nelle pose che assumiamo. E’ naturale pensare che però ci sia una sorta di circolo vizioso che si alimenta da solo, tenendo questo atteggiamento negativo. Infatti una posa di eccessiva chiusura, comunica comunque una dimensione di noi negativa. La domanda delle domande è dunque la seguente: si deve lavorare sul linguaggio del corpo, migliorandolo per comunicare uno stato che non possediamo (sembrare decisi, quando siamo timidi) oppure si deve lavorare sulla nostra vita, migliorandola per agire in modo naturale?

Beh, la risposta parrebbe essere scontata, ma è difficile cambiare la propria vita in pochi giorni. Sicuramente aiuterebbe avere un atteggiamento positivo e costruttivo, il che porta di conseguenza ad avere un linguaggio del corpo più aperto e allegro, che chiunque può notare. Nella ricerca di cui sopra si sottolinea il fatto che molte delle nostre fisime vengono da un’idea fondamentalmente sbagliata: pensiamo che la gente pensi sempre a noi, a come siamo, a come dovremmo essere. Nella maggior parte dei casi, invece, la gente è indaffarata in tutt’altre faccende e non ha molto tempo da spendere per pensare a quello che facciamo, a come va la nostra vita. Non è forse un caso che le persone su cui fare affidamento si contano sulle dita di una mano? E allora perché preoccuparsi di quello che potrebbe pensare una moltitudine di sconosciuti, che invece è pronta a giudicarci sul momento da un atteggiamento sbagliato e non per come siamo veramente. Ecco perché la prima impressione è veramente importante e genera spesso un giudizio prematuro: perché spesso essa si forma sulla base di un linguaggio del corpo errato che comunica a livello di inconscio ciò che temiamo si possa dire di noi. Meglio non pensarci e avere un atteggiamento costruttivo, lavorando semmai sulle pessime abitudini che abbiamo quando ci sediamo, quando parliamo con un’altra persona, se – per esempio – siamo abituati a essere invasivi, a stare troppo chiusi o chini. Sono piccole cose, ma possono aiutare.

Perché si perde la bussola?

E’ come se qualcuno prendesse la Terra, la ruotasse di un quarto di giro e la  rimettesse giù in modo che est e ovest diventino rispettivamente nord e sud e viceversa. Sharon Roseman ha vissuto nel suo appartamento con due camere da letto in Colorado per un anno, ma sta ancora imparando a muoversi nella zona. Per tutta la vita si è persa spesso, persino nel suo quartiere, a causa di un disturbo scoperto di recente, il disorientammo topografico dello sviluppo (DTD). In casi come quelli dei malati di Alzheimer, il cattivo senso dell’orientamento è dovuto al deterioramento del cervello. Ma questo non è ciò che avviene quando si è affetti da DTD, perciò nessuno è in grado di spiegare perché Sharon non sa percorrere il tragitto dal fondo della strada in cui abita tino a casa. Le persone affette da DTD sembrano avere un cervello del tutto sano. Si perdono tutti i giorni, negli ambienti più familiari, ma non presentano danni al cervello, condizioni neurologiche o alcun tipo di distinto della memoria. L’orientamento è una delle nostre abilità cognitive più complesse e richiede un insieme di attenzione, percezione e mentono che i neuroscienziati stanno appena iniziando a ricostruire. Gli studi di Iaria potrebbero chiarire ciò che accade nel cervello quando ci si perde. Le persone affette da DTD come Sharon sono casi unici, perché difettano di una sola, cruciale capacità necessaria  all’orientamento: l’abilità di creare ciò che viene chiamato “mappa cognitiva”, ovvero la mappa mentale dell’ambiente circostante. E’ quella che archiviamo nella memoria per ripercorrerla mentalmente e trovare così la strada quando ritorniamo in un luogo che abbiamo già visitato.

Le cellule di direzione: ecco come ci orientiamo

La regione cerebrale fondamentale per formare le mappe cognitive è l’ippocampo, che si trova nel lobo temporale mediale, situato su ciascun lato del cervello, proprio sopra le orecchie. La sua importanza fu scoperta grazie a un piccolo aiuto fornito dai taxisti londinesi. Negli anni Novanta, infatti, scienziati della University College di Londra (UCL) hanno esaminato il cervello di alcuni misti, scoprendo che i loro ippocampi erano diventati insolitamente grossi, grazie al continuo bisogno di orientarsi nell’intricata rete stradale della capitale inglese. Per il momento, non è chiaro in che modo esattamente l’ippocampo interagisca con le altre aree del cervello, ma nuove ricerche stanno iniziando a individuare gli elementi che potrebbero influenzare il nostro comportamento quando ci perdiamo, grazie a studi compiuti sul migliore amico dei neuroscienziati: il ratto. A causa di una struttura del cervello simile a quella del nostro, ci si aspetta che gli esseri umani abbiano neuroni simili a quelli fondamentali nell’orientamento dei ratti, le cosiddette cellule di direzione, che sono state trovate anche in parenti più stretti dell’uomo: le scimmie Rhesus, come il loro nome suggerisce, le cellule di direzione si “accendono” quando la testa del ratto si volge in una certa direzione, formando una sorta di bussola neurale che permette di continuare a distinguere tra avanti, indietro, destra e sinistra, mentre il ratto si muove. Se anche i nostri cervelli sono dotati di questa bussola neurale, allora possediamo un innato senso che informa costantemente il nostro cervello nella direzione verso cui siamo orientati. Anche se occorrono decenni ai tassisti londinesi per affinare le loro doti di orientamento, sembra ora emergere che questo senso della direzione potrebbe essere innato nell’uomo e quindi esistere prima ancora che iniziamo a esplorare il mondo che ci circonda. Nel giugno 2010, in Norvegia, alcuni ricercatori hanno scoperto che le cellule di direzione, nei ratti, sono già completamente sviluppate quando aprono gli occhi e iniziano a muoversi. Appena quindici giorni dopo la nascita. Se i nostri cervelli sono programmati allo stesso modo, ciò significa che la nostra bussola è pronta ad orientarci prima ancora che iniziamo a gattonare o trotterellare in giro. Una volta adulti, se si è così sfortunati da smarrirsi in un territorio disabitato, e se si perde il GPS, la nebbia nasconde il percorso, o semplicemente non si è in grado di trovare la propria posizione sulla mappa, è sulla bussola neurale che occorre fare affidamento per ritrovare la strada.

Gomme auto: pressione e usura

Le statistiche dicono che il numero di incidenti stradali in Italia è in costante aumento: la guida per eccesso di velocità unita alla guida in stato di ebrezza sono tra le principali cause di morte su strada. C’è anche un altro fattore che determina l’aumento degli incidenti stradali e riguarda l’usura degli pneumatici e la pressione sbagliata delle gomme. Una pressione errata negli pneumatici dell’auto, infatti, potrebbe evitare situazioni di grande pericolo sulla strada e mantenere alto il livello di sicurezza di chi guida. Ma come si misura la pressione delle gomme dell’auto?

Gomme auto: come si misura la pressione?

Quando la pressione degli pneumatici è scorretta possono verificarsi, senza dubbio, condizioni di guida pericolose, tra cui:

  • mancata aderenza dell’auto al manto stradale
  • usura precoce degli pneumatici
  • perdita di controllo del veicolo

Tuttavia non esiste una regola generale che stabilisce definitivamente come si misura la pressione degli pneumatici ( si veda https://www.gomme-auto.it/). La pressione, infatti, varia in base alle caratteristiche delle gomme che sono diverse da modello a modello. In linea di massima, è possibile ammettere che la pressione delle gomme dell’auto dipende dal rapporto esistente tra la velocità e il peso della gomma, elementi che sono determinati sulla gomma stessa. Tutti gli pneumatici, infatti, sono provvisti di una serie di dati tra cui il modello, la marca, il peso, la velocità e altro ancora. La pressione delle gomme, inoltre, non è uguale – o può non essere uguale – per tutti gli pneumatici montati su un’auto. In genere, la pressione delle gomme anteriori può essere differente rispetto alla pressione delle gomme posteriori; tuttavia, per avere indicazioni corrette sulla propria auto è necessario consultare le indicazioni fornite dal produttore stesso dell’automobile. Queste indicazioni, possono trovarsi nel cruscotto, nel tappo della benzina oppure possono essere indicate sullo sportello laterale; in ogni caso, è sempre la casa madre dell’automobile che stabilisce come controllare la pressione degli pneumatici e quali sono anche gli pneumatici adatti al veicolo. Se le indicazioni sugli pneumatici non dovessero essere presenti in nessuno dei posti indicati, allora è opportuno leggere direttamente sul libretto di circolazione, dove le indicazioni sugli pneumatici devono essere scritte obbligatoriamente. In genere, le indicazioni fornite dalla casa madre dell’auto sono di due differenti tipi:

  1. pressione veicolo a pieno carico. In questo caso i dati indicati sono riferiti alla pressione degli pneumatici che la casa madre consiglia quando il veicolo viaggia in autostrada;
  2. pressione a carico normale. In questo caso, i dati indicano la pressione degli pneumatici consigliata per andatura normale in città.

A differenza di quanto accade per altri aspetti degli pneumatici, non esiste un modo per capire con precisione quando è necessario controllare la pressione. Per questo motivo, gli esperti consigliano di utilizzare il manometro di precisione, che è l’unico strumento capace di stabilire con correttezza quasi scientifica se la pressione degli pneumatici è sufficiente o meno. I gommisti esperti, sostengono che la pressione degli pneumatici andrebbe controllata almeno una volta al mese; in tutti i casi, è fondamentale controllare la pressione delle gomme dell’auto ogni qual volta ci si accinge a compiere un lungo viaggio e in questi caso è importante far controllare anche la pressione della ruota di scorta.

Pressione pneumatici: perché deve essere sempre giusta?

Ma come fanno gli pneumatici a perdere pressione? Le ragioni potrebbero essere diverse: innanzitutto, l’usura delle gomme è la prima causa di perdita di pressione. E’ sufficiente considerare che – in media – nel corso di un mese uno pneumatico tende a perdere 1 ma anche 2 PSI. Questa perdita, inoltre, può anche aumentare specie quando l’auto vive forti cambiamenti climatici. Nei mesi estivi, ad esempio, quando la temperatura dell’asfalto può anche essere bollente, la pressione degli pneumatici può ridursi drasticamente. Ma cosa succede all’auto quando la pressione delle gomme non è corretta? I rischi a cui si va incontro sono molteplici. Innanzitutto, è fondamentale che la pressione non sia né troppo alta né troppo bassa, perché in questi casi l’auto può perdere aderenza al manto stradale e quindi guidare l’auto può diventare anche molto pericoloso. In particolare, la pressione bassa degli pneumatici combinata a temperature climatiche molto elevate rischia di creare un mix esplosivo che – appunto – può determinare anche l’esplosione degli pneumatici e mettere naturalmente in pericolo la vita di chi guida l’automobile. Inoltre, una gomma con bassa pressione in genere si usura prima del dovuto e produce un consumo di carburante maggiore anche del 3% rispetto a quanto accade per uno pneumatico con pressione regolare. Nel caso in cui invece, la pressione delle gomme è troppo alta il rischio principale che si corre è quello di avere una scarsa aderenza degli pneumatici al manto stradale; in questo caso, infatti, il battistrada tende a diventare più gonfio (perché appunto la pressione è troppo alta) e la sua aderenza rispetto al suolo diminuisce, mettendo quindi a repentaglio la vita di chi guida poiché l’auto rischia di sbandare con una maggiore facilità. Tra i consigli comuni dei gommisti professionisti c’è sempre l’indicazione di non far scendere la pressione degli pneumatici quando sono eccessivamente caldi anche perché, quando fa caldo, è normale che la pressione delle gomme aumenti. Inoltre, è consigliabile sempre installare una piccola valvola quando si procede al cambio delle gomme. Oltre alla pressione, naturalmente, anche il cambio delle gomme è fondamentale per la sicurezza stradale; è importante effettuare il cambio quando il battistrada risulta eccessivamente usurato e, inoltre, si dovrebbe provvedere sempre al cambio simultaneo delle 4 gomme per evitare di montare pneumatici che possiedono caratteristiche diverse. In generale, comunque, quando si cambiano le gomme bisogna attenersi alle indicazioni riportate dalla casa produttrice degli pneumatici che indica tutte le caratteristiche che gli pneumatici devono possedere (quindi, peso, volume, velocità e altro). In genere tutte le indicazioni per gli pneumatici si trovano sul libretto di circolazione relativo alla vettura e vanno seguite sia per quanto riguarda il cambio gomme che per quel che concerne la pressione.

Alcolismo: tra vizio e piacere

Alcolismo: com’è cambiato il rapporto dell’uomo con l’alcol

Negli ultimi due milioni di anni, la dieta umana si è diversificata e da quando siamo diventati agricoltori, abbiamo compiuto scelte alimentari radicalmente in contrasto con le precedenti fonti nutritive. Tuttavia, discendiamo da specie eminentemente frugivore: i nostri antenati erano primati che si cibavano dei tesori zuccherini delle foreste, e chi si nutre di frutta matura consuma anche alcol, benché in quantità ridotte. Parallelamente ai primi esperimenti di coltivazione stanziale dei nostri progenitori neolitici, i primi casi di fermentazione indotta di frutta e cereali potrebbero averne messo in luce i risvolti psicoattivi, con ricadute benefiche sulle scotte energetiche necessarie a far fronte alle nuove sfide poste dalla neonata agricoltura. L’invenzione della distillazione, un processo chimico che risale soltanto a poche migliaia di anni fa, ha poi consentito di cominciare a consumare alcol a eleme concentr.mioni c in forma puramente liquida. Purtroppo, le strategie comportamentali e nutrizionali, efficacissime nella giungla, dove i frutti consumati contenevano quantità limitate di alcol, possono rivelarsi insidiose quando, invece, ci procuriamo la sostanza facendo la spesa al supermercato. Oggi, la disponibilità di alcol è a tutti gli effetti illimitata: e per alcuni. l’eccesso di consunto può condurre all’alcolismo. La consapevolezza della nostra ancestrak esposizione alla inolecok tuttavia, suggerisce che le nostre attuali risposte potrebbero. come in molti altri casi, diveaukre da componamenti un tempo vantaggiosi. La primitiva attitudine a  individuare e consumare rapidamente frutti contenenti alcol, così utile nelle foreste pluviali, nel mondo moderno può trasformarsi in un problema. Argomentazioni simili sono già state utilizzate per spiegare malattie come l’obesità e il diabete, data l’attuale, diffusissima reperibilità di zuccheri e grassi a buon mercato. Le cosiddette patologie da sovralimentazione derivano da uno scollamento tra ambiente alimentare antico e moderno: l’alcolismo potrebbe avere un’origine analoga…

Non siamo tutti uguali

Una prima conferma arriva dalla diversità genetica tra umani moderni, in termini di capacità di metabolizzare l’alcol e della corrispondente tendenza a bere. ln Asia orientale, molti individui presentano un evidente rallentamento della funzionalità dell’enzima (AIDH) responsabile della scissione di uno dei prodotti di ossidazione dell’alcol. Se bevono, queste persone vanno incontro a un accumulo di metaboliti intermedi, tossici, causa di grave malessere: per cui, multi asiatici tendono a non bere affatto. Non conosciamo ancora gli agenti selettivi che hanno determinato una distribuzione geografica tanto sbilanciata di questo tratto caratteristico. Variazioni della capacità di metabolizzare l’alcol sono state riscontrate anche in diverse specie di moscerini della frutta. Dunque, la dipendenza da sostanze alcoliche potrebbe discendere dall’azione di tali agenti di selezione genetica associati all’esposizione alla molecola in epoche primitive. Si sa da tempo che l’alcolismo ha connotazioni familiari e in parte ereditarie, coerenti con questo scenario evolutivo. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare gli effetti positivi del consumo moderato di alcol per la salute umana: è dunque necessario calcolare con attenzione i livelli ottimali di assunzione. È vero che gran parte della popolazione mondiale beve con moderazione, e che una frazione significativa dei nostri simili, per ragioni genetiche o culturali, non beve affatto. Il comico americano Henny Youngman una volta dichiarò: “Quando ho letto di tutti i danni provocati dall’alcol, ho smesso immediatamente. Di leggere”. La prossima volta che terremo in mano un bel boccale di birra, dedichiamo un pensiero alle complesse interazioni ecologiche tra frutti tropicali, lieviti della fermentazione, e antenati degli umani: il primate che c’è in noi, sempre un po’ brillo potrebbe essere più presente di quanto pensiamo.

Prodotti per bambini: perché conviene acquistarli on line

On line si trova davvero qualsiasi cosa e una percentuale crescente di italiani preferisce sempre più il web ai tradizionali negozi per acquistare qualsiasi tipologia di prodotto. Comprare su internet è alla moda, ma soprattutto conviene in termini temporali ed economici. Cerchiamo di capire perché.

Acquisti on line: è boom si consumatrici

Secondo una recente statistica, sarebbero le donne di età compresa tra i 30 e i 50 anni le più assidue consumatrici on line: sul web le donne (soprattutto mamme) comprano qualsiasi cosa: articoli per la casa, per il lavoro, capi d’abbigliamento ma soprattutto prodotti per bambini. Le statistiche, infatti, dimostrano che le vendite nel settore legato all’abbigliamento per i bambini, ai giocattoli e a tutti gli altri prodotti pre e post gravidanza sono in costante aumento. I motivi di questo successo sono molteplici e vanno individuati in una serie di fattori: innanzitutto, acquistando prodotti per bambini su internet si risparmia molto. I prezzi sono competitivi e – se si ha la pazienza di scegliere bene – si possono portare a casa prodotti con un risparmio che va dal 20 al 30%. Il risparmio, tuttavia, non è solo economico, specie per le mamme.

Prodotti per bambini on line: perché conviene

Acquistando prodotti per bambini on line, infatti, è possibile ottenere un forte risparmio anche in termini di tempo: niente stress da traffico in centro all’ora di punta, niente ansia da parcheggio, niente orologio con i minuti contati per via dell’anima che inevitabilmente arriva quando si hanno troppe cose da fare. Sul web, invece si può acquistare qualsiasi cosa a qualsiasi ora del giorno e della notte e questo è un vero vantaggio per le mamme che hanno sempre troppe cose da fare. Così, tantissime donne si dedicano agli acquisti on line dopo cena – magari quando i bimbi dormono – e possono dedicarsi con calma ad analizzare prodotti, caratteristiche ed eventuali taglie da valutare. Inoltre, se fino a qualche anno fa restava il problema di poter acquistare prodotti o indumenti sbagliati; oggi, gli e-commerce migliori propongono un servizio di resa gratuito che è assolutamente conveniente quando si tratta di articoli per bambini. In sostanza si ordina da casa, la merce arriva direttamente a casa e se non va bene qualcuno verrà a riprenderla per provvedere al cambio. Il tutto senza spese aggiuntive. La scelta di negozi on line, inoltre, è davvero molto ampia: in ogni caso, è bene fare attenzione quando di fa shopping on line. Assicuratevi sempre che il negozio abbia esposto i termini e le condizioni di pagamento e che ci sia un regolare numero di partita iva. Da non sottovalutare, poi, anche il servizio di assistenza clienti che deve essere efficiente e funzionale alle possibili domande ed esigenze dei consumatori.