Il ruolo dei mass media nella civiltà dei consumi

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Sul ruolo negativo dei “mass media” si sono interrogati studiosi di tutte le epoche, soprattutto in seguito al grande successo e alla diffusione del televisore, che ha polarizzato le opinioni in appositi canali, che per definizione sono delle strettoie lungo le quali corrono informazioni veicolati da entità sulla cui bontà non possiamo sempre mettere una mano sul fuoco. Sociologi e filosofi, esperti di media e giornalismo, hanno spesso descritto l’aspetto fortemente negativo della comunicazione di massa. Per Herbert Marcuse sono strumenti in grado di massificare e uniformare la società, per Marshal McLuhan sono un modo di tornare indietro a forme tribali, per Theodor Adorno fanno il gioco delle industrie culturali, tanto più che gli editori sono spesso legati a forti corporazioni affiliate in altri settori.

Ma è possibile che i media abbiano un influsso positivo e possano essere utilizzati in maniera consapevole, per disintegrare le società monolitiche e aprire a forme di partecipazione più elevata e democratica? Intanto bisogna dire che il dibattito sulla tv pedagogica, in Italia, va avanti da oltre un quarantennio ed è divenuto più pressante, quando è entrata nella casa degli italiani la tv privata, col suo carattere spiccatamente commerciale. Prima della pubblicità, in RAI, sostanzialmente c’era il Carosello, tanto è vero che i canali di Fininvest, i primi a diffusione nazionale, si contraddistinguevano all’inizio per “la troppa pubblicità”. Oggi non c’è alcuna differenza in questo tra RAI, Mediaset, Sky, La7 e altre tv più o meno importanti, tutte hanno fasce pubblicitarie molto ampie e un’anima squisitamente commerciale. Prima della pubblicità, relegata alla riserva creativa di Carosello, la nostra tv pubblica era essenzialmente pedagogica e di contenuti. Cioè trasmetteva programmi, anche di intrattenimento, nei quali oltre a esserci la mano pesante della censura, c’era una sorta di sottotraccia morale, conservatrice, che era un riflesso della società borghese, a guida democristiana, che si era insediata in RAI. Una maggior apertura si ebbe con la moltiplicazione dei canali. Il superamento dell’unico canale offrì nuovi spazi culturali, ma anche aprendosi a “sinistra”, la tv ebbe sempre un risvolto pedagogico, pur alternando momenti di grandissima qualità, con programmi passati alla storia per la loro innovazione narrativa.

Oggi la tv è meno polarizzante, la segmentazione offerta dal satellite e dal digitale terrestre impone modelli e format relativamente di successo e i numeri in genere non sono in grado di concorrere a formare opinioni, non come in passato. I reality show e i talk hanno numeri di audience totalmente irrilevanti rispetto al passato. La striscia quotidiana di Enzo Biagi, nel 2001, si disse che danneggiò Berlusconi, non facendogli perdere le elezioni comunque, e partendo da una base di 10 milioni di telespettatori al giorno. Oggi i programmi della sera, i talk di politica, creano personaggi in cerca di consenso, ma non formano opinioni, al massimo proteggono quelle esistenti, sfruttando altri canali (internet e i social network) per provare a dilatarsi.

Dalla televisione al web: progettare un sito per lo streaming

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Progettare da zero un sito internet e in generale lavorare per il web non è mai stato un lavoro semplice e veloce, ma un lavoro che richiede molto creatività e costanza. Il necessario connubio tra creatività e tecnologia è ciò che rende un sito web diverso dagli altri e la professione del web design così particolare e innovativa. Passo primario è partire da una veste grafica realizzata secondo semplici regole di navigabilità, funzionalità e usabilità. A tale scopo è importante affidarsi alla competenza di un’agenzia addetta in grado di corrispondere alle esigenze richieste, individuando i punti di forza del progetto e tutti gli obbiettivi da perseguire.

Progettazione siti web dalla grafica pulita

Una volta stabilita una bozza di veste grafica è necessario cercare di strutturare il tutto al fine di garantire una buona navigabilità cosa che può essere affidata tranquillamente al progettista che deve in prima battuta discorrere con il committente del progetto da sviluppare. Il primo passo è sicuramente informare l’utente di tutti gli aggiornamenti cui è sottoposto il sito in modo da renderlo partecipe a tutto quello che riguarda la fase iniziale di realizzazione del sito. Una volta terminata la parte di codice relativa alla progettazione cosa importante è convertilo in un linguaggio comprensibile all’utente finale che gli rende facile e intuito la ricerca del nostro portale.

Cercare di rendere tutto il contenuto del sito web facilmente gestibile dall’utente finale in modo che posso tranquillamente orientarsi e di accedere facilmente a tutto il contenuto informativo contenuto nel sito, senza rischiare di incorrere in ambiguità o quant’altro. Importante è anche riportare riferimenti grafici uguali in ogni pagina, in modo che possano fungere da riferimento all’utente. Cosa buona giusta è optare per layout semplici e schematici che permettano una facile consultazione delle informazioni presenti in tutte le pagine del sito, ed è quindi buona norma indicare con chiarezza tutti i punti utili per la navigazione.

Progettare un sito web veloce per lo streaming

Buon sito web deve inoltre presentare una velocità di caricamento pari a dieci secondi in modo da non spingere l’utente a cercare altri siti. Ciò spinge a una scelta di un sito leggero sia in termini di grafici che di contenuto, evitando anche la presenza di elementi inutili e ridondanti. Ogni sito internet deve essere realizzato secondo una struttura di livelli in maniera che si posso stabilire stop by step la dimensione del portale, in modo che possano essere tranquillamente gestite in fase di messa in opera e in fase di realizzazione del codice.

Nel caso dello streaming tv via web è necessario che ci sia una disponibilità di banda tale da assorbire i consumi che si determinano durante il download del video. Un sito come YouTube ha a disposizione una tale disponibilità di banda che è veramente difficile che vada in panne. Ma se vogliamo realizzare un sito web per trasmettere in diretta occorre dotarsi degli strumenti migliori, che vanno dall’adozione della tecnologia flash per la visione vera e propria, a quella che consente l’interazione sociale. In modo da aumentare il traffico proveniente da siti come Facebook e Twitter e aumentare l’audience. In generale il web fornisce le piattaforme ideali per trasmettere in streaming in diretta live, facendo superare tutte le difficoltà inerenti la progettazione interna_

  • Ustream – utilizzata anche dalla NASA è probabilmente la più popolare, semplice da usare, con grande disponibilità di banda che permette la visione a migliaia di utenti contemporaneamente.
  • Livestream – anche qui si possono creare canali, il controllo sulle emissioni è molto stretto e e selettivo.
  • Streamago.tv – è italiana e fa parte di Tiscali, non male per diventare un broadcaster.

I primi cinema nel mondo

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Se la televisione è la nostra compagna quotidiana, che ci accudisce e ci tiene compagnia ora dopo ora, talvolta provocando vere e proprie dipendenze, il cinema è la signora da portare fuori a cena, una volta ogni tanto. Il cinema è la magia, è la realizzazione del sogno di raccontare vecchio quanto il mondo. Se gli antichi greci sapessero che abbiamo realizzato una versione cinematografica dell’Iliade (Troy, con Brad Pitt) non rinnegherebbero certamente Omero o i racconti orali davanti al camino, ma di certo farebbero la fila per vederlo. Il cinema, infatti, è riuscito nell’impresa di trasformare in immagini la nostra immaginazione, cioè la nostra grande capacità di pensare a fatti e situazioni non reali, costruendole con una precisione invidiabile.

Ma come funziona il cinema? Come si sa le sale cinema sono contrassegnate da un grande schermo, da una sala e da un grande proiettore che manda le immagini sulla parete. Questa tipologia di fruizione e utilizzo in chiave di intrattenimento, fu subito chiara a chi voleva portare le prime realizzazioni cinematografiche tra la gente. L’ideatore del primo proiettore si dice sia stato il celebre inventore Thomas Edison nell’ultimo scorcio del 1800. In realtà non era esattamente simile al proiettore cinematografico (rinvenibile anche nella versione domestica per sistemi home theatre), si chiamava cinescopio e poteva far visualizzare le immagini (non in movimento) su uno schermo. Per decenni gli uomini avevano giocato con la fotografia e con le possibilità offerte da essa di far vedere posti mai visti prima, attraverso le animazioni meccaniche di semplici rulli di diapositive fisse. Al tempo non si viaggiava come ora e poter vedere immagini di posti lontani era una vera e propria rivoluzione. Negli anni successivi all’invenzione del cinescopio di Edison, la tecnologia si affinò abbastanza da portare ai risultati che oggi conosciamo. Ma non era una strada così semplice come potremmo pensare: le prime pellicole di celluloide erano altamente infiammabili, e dopo un lungo utilizzo o una lunga esposizione si riscaldavano e – letteralmente – esplodevano creando non pochi problemi. Dato che al surriscaldamento contribuivano le luci dei primi teatri dove venivano proiettati i film, non c’era da sorprendersi che i proprietari delle sale iniziassero a presentarli all’interno di un ambiente al buio, oscuro.

Negli anni ’50, nel mezzo dell’epoca d’oro di Hollywood, le vecchie pellicole al nitrato di cellulosa, vennero sostituite da quelle in triacetato di cellulosa. Queste erano molto meno infiammabili, anche se potevano rovinarsi in condizioni di alta umidità e calore. Dagli anni ’70, questi problemi furono finalmente superati dall’introduzione della pellicola in sintetico (poliestere), che era più resistente alle temperature e alle condizioni ambientali, tanto che viene ancora utilizzata oggi in tutti i cinema del mondo. Nelle sale cinematografiche il proiettore utilizzava prima, come fonte di illuminazione, una lampadina a carbone, sostituita poi da bulbi allo xenon, un particolare gas incandescente, dalle proprietà ben note. Durante tutta la sua vita, il cinema ha sperimentato sempre più nuovi cambiamenti, che vanno appunto dai sistemi di proiezione all’introduzione del colore, fino all’introduzione degli schermi widescreen che hanno influenzato anche la produzione in serie delle tv a schermo piatto, proprio per simulare la visione da sala cinematografica.

Politica: la tv crea, la tv distrugge

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Sulla potenza dei media, sulla loro capacità persuasiva esistono migliaia di pagine di letteratura scientifica, che in Italia sono state sempre ignorate da coloro che preferivano dire “si, ma gli Italiani non sono stupidi”. La verità è che la televisione, da sempre, ha rivestito un ruolo di grande madre capace di indirizzare, creare e distruggere consenso. Nel caso italiano, così tipico e adulterato dall’assenza di una legge seria sul conflitto di interessi e dalla mancanza di editori puri, non ammanicati con le banche, l’elemento è diventato parossistico. Nel corso degli anni si è assistito alla creazione di autentici “fenomeni” politici, che senza tv non avrebbero avuto nessun modo di diventare famosi o avere seguito politico. Soprattutto se si considera che questa “crescita” è avvenuta all’interno di un sistema politico bloccato, che non vedeva il reale confronto tra candidato ed elettore. La vecchia legge elettorale, sbugiardata dalla Corte Costituzionale, ha favorito la nascita di leadership basate esclusivamente sulle presenze televisive.

Ecco alcuni esempi a dir poco sorprendenti e del contrario, cioè di quando la tv in realtà ha spazzato via delle carriere politiche, credibili fino a un minuto prima della messa in onda in un servizio. In seguito a una massiccia partecipazione a talk-show molto seguito come Ballarò e Porta a Porta, l’ex leader di un sindacato alternativo, di cui si sente molto meno parlare, Renata Polverini, vince le elezioni regionali del Lazio. E tutto ciò nonostante lo scandalo che ha travolto il partito di sua provenienza, durante la presidenza di un suo collega (Francesco Storace) pochi anni prima. Il fatto è che la Polverini fu favorita dallo scandalo che invece colpì Marrazzo, pompato a dovere dalle televisioni vicine politicamente all’ex sindacalista. Senza la tv è difficile pensare che questa donna, priva di alcuna qualità, avrebbe trovato un simile successo. Il grande exploit di Matteo Salvini si deve a due cose: al fatto che è riuscito a trasmettere e convogliare il malcontento per la crisi lungo temi extra-italiani, non la solita rissa senza senso su argomenti che non interessano nessuno e al fatto che è sempre presente nei media, nei talk-show. Ora, Salvini potrebbe avere anche delle qualità nascoste che non possedeva fino a due anni fa, quando si presentava in tv collegato da Strasburgo, con una felpa con la scritta Milano, a difendere posizioni imbarazzanti, come rappresentante di un partito appena colto con le mani nel sacco. Può darsi. Ma la verità è che sono aumentati i talk-show a dismisura, praticamente uno al giorno, nei quali si alternano queste mezze figure, che non hanno altro seguito che quello televisivo e che ripetono sempre le stesse cose, perché anche il pubblico è drogato, assuefatto e si aspetta di sentire sempre le stesse cose.

Diversamente, come la tv crea, essa distrugge. Antonio Di Pietro era un leader con un seguito superiore all’8% nella miglior stagione del berlusconismo. Era considerato anche da Grillo come l’unica opposizione credibile a Berlusconi, allora imperante. Poi venne Grillo a togliergli un po’ di terreno sotto i piedi, ma soprattutto fu una puntata di Report che mise in croce il partito dell’ex giudice di Mani Pulite, segnando la fine della sua carriera politica.

Il grande successo della cronaca nera in tv

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Un tipo di programmi che non ha davvero bisogno di idee nuove, originalità, spunti e rivoluzioni è quello dedicato alla cronaca nera. La tv del dolore da tempo ha messo radici nei gusti del telespettatore medio italiano, che si è abituato a sentire di tutto e commentare ogni cosa, ignaro del fatto che le persone vittime di situazioni criminali o comunque tristi sono l’oggetto di un preciso piano commerciale volto ad aumentare i numeri dell’auditel (e conseguentemente gli incassi pubblicitari). Ma la tv del dolore e soprattutto quella legata alla cronaca nera funziona perché stabilisce in modo naturale il principio della serialità.

Cosa è la serialità e perché ha tanto successo

Bisogna tornare indietro nel tempo per capire come mai il racconto in serie ha tanto successo e viene riproposto con gli stessi canoni nel linguaggio televisivo. Il primo importante nucleo della letteratura moderna europea, che ruota intorno alla definizione del genere del romanzo, sorge nelle riviste e nei giornali, che da allora stavano iniziando a diffondersi. Il feuilleton, il romanzo d’appendice, con la pubblicazione a puntate, ha un enorme successo e diventa un veicolo stesso per la diffusione sia della letteratura di genere, sia della stampa a tutti i livelli. C’è un livello di alfabetizzazione che ne viene incrementato in modo spettacolare in Inghilterra, Francia, Germania e poi Italia, Spagna e in altri paesi del mondo allora più avanzato. Il romanzo d’appendice è costruito ad hoc, con continui colpi di scena, che irrompono proprio verso la fine della puntata e rimandano al capitolo presente nel numero successivo.

Il meccanismo della pubblicazione in serie funziona perché comprende in sé quegli elementi di suspense e coinvolgimento, identificazione e pathos che sono propri dei grandi racconti di cronaca su omicidi efferati, che spesso coinvolgono i sentimenti familiari. C’è suspense perché si seguono le indagini dei giudici e degli inquirenti, che spesso diventano protagonisti delle inchieste, così come gli avvocati della difesa dei vari indiziati e indagati. C’è coinvolgimento emotivo perché spesso si prova pena per la vittima o per degli indiziati che appaiono innocenti o che rivestono il ruolo di persone coinvolte loro malgrado. C’è personificazione, identificazione nei protagonisti, perché nei casi di cronaca nera che coinvolgono degli omicidi in famiglia, tutti siamo in grado di conoscere le dinamiche che si svolgono all’interno di essa. E spesso la vittima era debole, indifesa e perciò tutto questo scatena in noi gli impulsi più primitivi, che nessuna legislazione anti-crimine può sopprimere fino in fondo.

La tv, nella forma del talk-show, aggiunge spettacolarità e pathos, creando un’atmosfera studiata, fatta di partecipazione emotiva, servizi pensati all’occasione, opinioni popolari, sospetti e illazioni e l’immancabile ricostruzione della scena del crimine, che è diventata un autentico must grazie all’influenza di ben noti telefilm americani. Così il caso di Cogne ha permesso a Bruno Vespa di andare avanti per anni con il suo famoso plastico, raccogliendo intorno a se criminologi, giornalisti, uomini di fede, celebrità in disuso e carnefici in pensione (Paolo Bonolis riuscì nell’impresa di portare a Domenica In il killer Donato Bilancia). Altri casi efferati si sono retti sul naturale racconto che la serialità costruisce, ruotando intorno a personaggi “televisivi” per natura come insegna il caso della morte efferata di Meredith Kercher. Insomma, nel vuoto dei palinsesti, la tv della cronaca nera riscopre il filone nazional-popolare, non curandosi talvolta di sfociare nel trash più assoluto.

Cambia il modo di vedere la tv

Le indagini sociologiche sul significato della tv come nuovo focolare hanno sempre centrato il punto. La televisione come elettrodomestico era già superata dopo pochi anni: il suo significato sociale ne aveva travalicato il puro utilizzo. Gli italiani iniziarono a usufruire di questo mezzo per formare piccole comunità, informarsi, discutere, creare una sorta di famiglia allargata nella quale entravano le vicende di vari personaggi. E così tutto ciò che la tv portava in casa era una proiezione fisica di quello strumento vezzeggiato e amato con un membro della famiglia. Chi scrive ancora ricorda l’emozione per la prima televisione a colori arrivata in casa, quando già imperversavano le tv private e l’offerta televisiva si stava poderosamente allargando grazie a Silvio Berlusconi e i suoi programmi in sindacato (diffusi con videocassette a varie emittenti regionali, aggirando i medievali limiti di legge che prevedevano solo la tv di stato a diffusione nazionale).

Oggi lo strumento della tv sembra essere uscito dal proscenio, ne siano prova i dati sulle vendite al dettaglio dei televisori che, per la prima volta, sono in calo. Questo sensibile calo di vendite non può essere ascritto alla crisi economica, perché in periodi anche più duri negli scorsi anni, esso era stato assolutamente fisiologico. Ma quello cui stiamo assistendo, secondo gli esperti, è una rivoluzione nella fruizione della tv come insieme di contenuti. Il vecchio televisore viene di nuovo acquistato nella prospettiva di puro intrattenimento: dallo schermo piatto, smart tv in grado di fruire di applicazioni e di navigazione online, pollici superiori ai 30 per integrarsi alla meglio nell’arredamento del soggiorno, con una console che sembra proprio ruotare al mezzo. Vero è dunque che internet sta cambiando il modo di fruire dei contenuti. Io stesso, quando sono insoddisfatto dai ripetitivi palinsesti televisivi, guardo quello che serve online, magari spulciando tra le applicazioni RAI oppure cercando qualche documentario su YouTube, utilizzando una periferica come Apple TV. Di fatto smartphone e tablet, soprattutto questi ultimi, stanno cambiando il modo di guardare i contenuti, fornendo una piattaforma all-round in grado di fornire tutto ciò che serve per la visione. Soprattutto la caratteristica on demand, cioè di contenuti visibile alla bisogna, sta cambiando anche il senso dei palinsesti. E’ per questo che tutti i broadcast internazionali ormai hanno una versione online che diffonda i loro contenuti, è il caso di Mediaset Play, Rai.tv e Sky Online. Questo tipo di fruizione, oltre a rendersi disponibile per la maggior parte delle piattaforme portatili, ha messo definitivamente in crisi il settore, un tempo remunerativo, dei video noleggi.

Le fiction italiane, bisogna davvero andarne orgogliosi?

La differenza principale tra serie e fiction è che la seconda ha trovato un nome accattivante per nascondere il caro vecchio sceneggiato. Chi scrive però ha memoria sufficiente di alcune grandi produzioni RAI (Marco Polo, Cristoforo Colombo, Gesù di Nazareth, I Promessi Sposi) che univano una qualità narrativa a quella puramente televisiva, espressa più in termini di produzione cinematografica. Eppure la serialità made in Italy vanta successi internazionali proverbiali come La Piovra, il nostro prodotto più venduto e apprezzato, fino ad arrivare al successo di produzioni come “Romanzo Criminale” e “Gomorra”, non a caso scaturiti da due libri scritti da scrittori importanti, impegnati nella sceneggiatura e nel soggetto a tempo pieno.

Per una Gomorra però ci sono tantissime fiction di poche puntate che settimanalmente occupano il palinsesto di Rai Uno e Canale 5, le principali reti televisive italiane. Ciò che contraddistingue questi prodotti è il ricorso a storie reali, che prendono il posto a veri e propri soggetti. Dopotutto la creatività ha un costo che non tutti possono permettersi. Il vero guaio è che all’interno di questa matrice di scarsa originalità, le sceneggiature riescono nell’impresa di essere povere e penose. Le storie biografiche, che in inglese si chiamano biopic con un termine nobile che si associa a prodotti come Alì, Diana, The Queen, Jobs per citare solo i più recenti, in Italia diventano quasi sempre delle agiografie. Le fiction su personaggi realmente esistiti in genere sono contrassegnate da uno sforzo eccessivo nel rendere credibile l’ambientazione storica, impiegando spesso attori non credibili, con trucchi esagerati e un’ossessiva attenzione per le “scene madri”, rese in tono melodrammatico, che all’occhio attento e abituato possono sfociare tranquillamente nella farsa.

Un’altra tendenza è quella di realizzare prodotti francamente non credibili per la realtà italiana. L’idea di calare il poliziesco nella fiction di casa nostra ha senso se lo si vede dal punto di vista dei criminali, ma dal punto di vista delle forze dell’ordine è assolutamente fuori posto. E il motivo è semplice: finché si narra la grande criminalità la serie ha successo, se appunto è accompagnata a personaggi descritti alla perfezione, dove si riconosce la mano di professionisti di ben altro livello (il caso di Saviano per Gomorra e De Cataldo in Romanzo Criminale). Se invece si parla di microcriminalità modello “Don Matteo” o le ridicole serie “Carabinieri”, più un concorso di bellezza, se consideriamo i poco credibili personaggi femminili della serie (agenti di una bellezza sfavillante, mediamente maggiorate e procaci) il prodotto risulta non credibile. Infatti, mentre in America ha senso parlare della quotidianità di un distretto di polizia, in Italia non è lo stesso perché da noi l’assenza del porto d’armi rende del tutto “poco quotidiane” certe scene. Per questo gli sceneggiatori sono costretti a masticare storie assurde, con trame scontate e banali, che spesso tingono di commedia quello che voleva essere inizialmente un prodotto noir. Con le conseguenze che si possono immaginare.

Storia della televisione

La storia della televisione

Il merito di avere dato alla televisione una dimensione industriale spetta al russo naturalizzato americano V. K. Zworykin, inventore dell’iconoscopio (1923). Come per la radiofonia, anche la televisione, è il frutto di una serie di ritrovati che hanno permesso di raggiungere nelle tecnologie un alto livello di sofisticazione. Appartengono a un periodo dimenticato ma non meno significativo della storia della televisione gli esperimenti pubblici cominciati nel 1935 in Germania e in Gran Bretagna, nel 1938 in Francia, nel 1939 negli U.S.A., esperimenti interrotti dallo scoppio della seconda guerra mondiale. In Italia le trasmissioni sperimentali cominciarono il 20 luglio 1939 e furono interrotte bruscamente nella primavera 1940, dopo una nutrita serie di programmazioni da Roma, e, separatarriente, da Milano. Il primo regista televisivo di quel periodo è stato Guglielmo Morandi. Gli esperimenti sarebbero ripresi nel 1952 ed è infatti di quell’anno il primo allestimento di una commedia, L’orso, di Anton Cecov, con la regia di Mario Landi. Il primo telegiornale è stato trasmesso il 12 aprile 1952, in occasione di un ciclo di programmi sperimentali realizzati in concomitanza con la fiera campionaria di Milano. L’inaugurazione ufficiale delle trasmissioni regolari reca la data del 3 gennaio 1954. In questo stesso periodo cominciano i programmi televisivi regolari nelle principali nazioni. Alla fine del 1970 erano in funzione nel mondo più di tremila emittenti televisive per duecento milioni di televisori. In Italia, alla stessa data, si contavano circa 12 milioni di apparecchi riceventi.

La televisione a colori

La prima immagine televisiva colorata fu ottenuta da Baird con procedimenti meccanici nel 1928, ma ormai ciò può considerarsi appartenente alla preistoria della televisione a colori, sebbene il ricorso ai principi fisici di analisi e sintesi di un’immagine a colori con l’ausilio di 3 colori fondamentali sia rimasto immutato. I sistemi moderni di televisione a colori impiegano tecniche di ripresa analoghe a quelle della televisione in bianco e nero, salvo che la camera di ripresa è costituita, invece che da 1, da 3 tubi di analisi. La luce proveniente dalla scena da riprendere viene scomposta da filtri ottici (ad esempio specchi dicroici) nelle sue componenti rosso, verde e violetto. Le 3 luci cosí ottenute vengono rispettivamente inviate ai 3 tubi di ripresa e da questi trasformate in segnali elettrici con processi perfettamente analoghi a quelli della televisione in bianco e nero. I segnali cosi ottenuti possono essere inviati separatamente al sistema ricevente, il quale concettualmente si può considerare costituito da 3 tubi che proiettano sullo stesso schermo rispettivamente una luce rossa, una verde e una violetta. L’intensità di queste luci è corrispondentemente regolata dai 3 segnali trasmessi e si ottiene cosi la perfetta ricomposizione dei colori dell’immagine. In linea generale, però, la riproduzione dell’immagine nei ricevitori di televisione a colori non è ottenuta per proiezione, ma mediante un cinescopio, come del resto avviene per quella in bianco e nero. Un moderno cinescopio a colori è concettualmente identico a quello usato nella televisione in bianco e nero almeno per quanto riguarda sia i processi di scansione, sia quelli di trasformazione tra pennello elettronico e luce emessa dallo schermo. Esso però contiene 3 identici pennelli elettronici le cui intensità sono regolate separatamente dai 3 segnali elettrici in arrivo. Inoltre sullo schermo invece di un solo fosforo come avviene nel cinescopio per il bianco e nero, sono posti 3 fosfori separati, che dànno rispettivamente luci rossa, verde e violetta, corrispondenti a quelle di analisi. La distribuzione dei fosfori non è però continua. Essi sono distribuiti in modo regolare in una miriade di piccoli puntini in modo tale che 3 punti vicini, che possiamo supporre ai vertici di un triangolo equilatero sono sempre costituiti rispettivamente da un fosforo rosso, uno verde e uno violetto. I 3 pennelli elettronici sono guidati in modo che ciascuno di essi muovendosi lungo lo schermo incida sempre su fosfori dello stesso colore. Ciò è ottenuto ponendo a qualche centimetro dallo schermo una piastra metallica forata (maschera), con un foro in corrispondenza di ogni tripla di fosfori. I 3 pennelli elettronici possono giungere sui fosfori solo quando passano in corrispondenza dei buchi della maschera dove giungono con inclinazione differente e tale che ognuno di essi può essere allineato e quindi incidere solo sul fosforo di un determinato colore. Data la vicinanza e la piccolezza dei punti colorati, l’occhio ha la stessa sensazione che avrebbe con le luci sovrapposte. Si ottiene cosí l’immagine colorata sullo schermo ricevente. Altro elemento di particolare importanza nelle trasmissioni televisive a colori è la tecnica con cui vengono inviati i 3 segnali ottenuti dalle camere di ripresa. I 3 segnali elettrici corrispondenti al rosso, al verde e al violetto, in uscita rispettivamente dai 3 tubi della camera di ripresa, vengono combinati tra di loro in modo opportuno e si ottengono cosi altri segnali elettrici. Uno di questi è indicato come segnale di luminanza e corrisponde perfettamente al segnale che si ottiene nelle trasmissioni in bianco e nero. Gli altri due segnali di crominanza contengono solo le informazioni di colore. Il segnale di luminanza viene trasmesso come un normale segnale di televisione in bianco e nero, per cui ‘anche i normali televisori in bianco e nero possono ricevere una trasmissione a colori, evidentemente in solo bianco e nero. I segnali di crominanza vengono inseriti con una tecnica speciale nello stesso segnale di luminanza in modo tale però da non disturbare i normali televisori in bianco e nero. Un ricevitore a colori ha invece dei circuiti capaci di estrarre dal segnale di luminanza i segnali di crominanza, dopo di che, con una operazione inversa a quella fatta in trasmissione, ricombina opportunamente il segnale di luminanza e quelli di crominanza in modo da riformare i segnali elettrici corrispondenti al rosso, verde e violetto. Questi segnali mandati al cinescopio permettono di ricostruire l’immagine a colori nel modo sopra descritto. Evidentemente una semplice trasmissione in bianco e nero può essere ricevuta, come tale, anche da un televisore a colori in quanto la mancanza dei segnali di crominanza fa si che i 3 segnali ottenuti nel ricevitore a colori diventino tutti e 3 uguali ed i fosfori del ricevitore a colori sono tali che se vengono eccitati con uguale intensità dànno come risultante una luce bianca. I sistemi del tipo descritto vengono chiamati sistemi compatibili, in quanto una stessa trasmissione può essere ricevuta sia dai televisori in bianco e nero (evidentemente in solo bianco e nero) sia dai ricevitori a colori. Le tecniche di inserzione dei segnali di crominanza in quello di luminanza possono essere differenti ed in relazione a tali tecniche si distinguono i vari sistemi compatibili di televisioni a colori. I principali sistemi oggi in regolare esercizio sono l’I.N.7′.S,.C. (negli U.S.A. e nel Giappone), quello S.E.C.A.M. (in Francia), e quello P.A.L. nel Centro-Europa (Inghilterra, Olanda, Belgio, Germania, Svizzera)*.

La televisione industriale

Oltre che per uso domestico (spettacolo ed informazione), la televisione ha possibilità di utili applicazioni come mezzo ausiliario per l’industria, per i servizi, per l’insegnamento, per uso bellico, ecc., applicazioni che vanno tutte sotto il nome di televisione industriale (TVI) ed oramai numerose sono le case costruttrici che hanno in produzione normale i relativi impianti. In tali impianti non è necessario irradiare il segnale, dato che lo stesso viene trasmesso per cavo coassiale dalla macchina da ripresa ad uno o piú apparecchi di riproduzione e per tale caratteristica la televisione industriale è anche nota come televisione a circuito chiuso. Tra le varie citiamo alcune applicazioni:

1) sorveglianza a distanza di lavorazioni industriali pericolose (esplosivi, reazioni nucleari, fusioni siderurgiche, andamento della combustione in grandi caldaie, rilievo di un bruciatore non acceso, ecc.);

2) visioni a distanza, centralizzate, di misuratori di grandezze elettriche, meccaniche, idrauliche, termiche, ecc.;

3) osservazione del metodo e ritmo di lavoro lungo una linea di montaggio e prevenzione di ingorghi o arresti;

4) osservazione sottomarina per la ricerca di relitti, sorveglianza di porti, esplorazioni subacquee anche a grande profondità (ricerca di sommergibili e di aerei affondati);

5) applicazioni didattiche e di ricerca scientifica;

6) microscopia;

7) tunnel aerodinamici;

8) esame a fissaggio stroboscopico di fenomeni rotatori;

9) per seguire nel loro viaggio missili con ogiva dotata di telecamera, aerei di ricognizione, ecc.

Per la televisione industriale vengono usati solitamente i tubi vidicon che sono molto piú semplici ed economici, mentre per le ricerche sottomarine è necessario l’impiego del piú costoso orthicon-immagine per la assai maggiore sensibilità alle basse illuminazioni.

Come funziona la televisione?

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La televisione è la trasmissione e riproduzione a distanza di immagini e scene in movimento per mezzo di apparecchi che convertono i raggi luminosi in radioonde e riconvergono queste in raggi luminosi visibili. Quando le immagini trasmesse sono quelle di una pellicola cinematografica il sistema prende il nome di cinetelevisione o telecinema. Sostanzialmente, si differenzia dalla fototelegrafia, che trasmette immagini fisse, solo per il fattore tempo, fattore questo che ha rappresentato il maggior problema da risolvere, dato che le immagini successive devono susseguirsi ad intervalli piú brevi della persistenza delle impressioni visive sulla retina dell’occhio, intervalli di almeno 1/16 di secondo ed inferiori (1/25-1/50) per ottenere una buona definizione dell’immagine. Data l’impossibilità di trasmettere istantaneamente un’immagine completa, la stessa va divisa in un grandissimo numero di elementi, ciascuno di area sufficientemente piccola perché si possa, senza deturpare apprezzabilmente l’immagine, considerare uniforme la luminosità all’interno di esso.

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La funzione dei mezzi di comunicazione di massa

Le conseguenze sociali negative che derivano dall’introduzione e gestione degli attuali mezzi di comunicazione, riguardano principalmente il peggioramento dei rapporti dell’individuo con il suo ambiente. Il suo senso di solitudine e il rischio di essere massificato e strumentalizzato dall’alto. Un esempio di questa trasformazione in senso negativo dei rapporti individuali viene dal cambiamento avvenuto all’interno delle famiglie dalla presenza della televisione (e analoghe osservazioni iniziano a materializzarsi sul ruolo di internet, a 20 anni dalla sua introduzione).

Come osservava Anders, l’introduzione della televisione nel salotto di casa, nel living room diremmo oggi, ha trasformato il rapporto con i mobili definendo in modo anticipatorio il nuovo focolare domestico. Non più incentrato attorno al tavolo, come punto di riunione attraverso il quale riunire la famiglia e aprirsi agli altri (sono tante le forme dialettali di cortesia che sottintendono la condivisione del pasto), ma ora intorno alla televisione. Con l’assegnazione dei posti che non segue più un criterio razionale di ruotare anche su una tavola quadrata attorno al cibo, al piatto di portata, ma che guarda più alla disposizione della tv.

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